Oltre il Muro
Oltre il Muro
marco monari
2003
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L’idea nasce nel 1998: fare un corso di fotografia all’interno della casa di reclusione “Due Palazzi” di Padova.
Sostenuto dalla Regione Veneto e dall’A.I.C.S. Onlus, il progetto prevedeva lo svolgimento di circa 150 ore di lezione nel braccio di massima sicurezza.
Nel 2000 iniziano le lezioni.
L’impatto è particolare: dopo una ventina di porte per arrivare all’aula mi ritrovo chiuso in una stanza con venti persone che mi osservano in silenzio.
E’ il momento delle presentazioni e dei perché.
Mi presento e cerco di comunicare la mia idea: portare all’interno del carcere un piccolo spaccato di realtà , una leggera traccia di qualcosa che possa farci sentire simili.
Paradossalmente ci ritroviamo a vivere, durante le ore di lezione, una realtà vicina riuscendo a comunicare con l’immagine.
Gradualmente si impadroniscono della tecnica e la macchina fotografica inizia a divenire un linguaggio cifrato, un modo di conoscerci e raccontaci.
La possibilità di usare le macchine da ripresa all’interno delle loro celle e negli spazi comuni mi permette di conoscere la loro quotidianità e ci dà la possibilità di raccontarla in tutti i suoi momenti: dagli scioperi della fame alle partite a bigliardino.
La fotografia si mescola con la conoscenza, le porte da oltrepassare ad ogni lezione sono sempre meno e si istaura un legame strano, una confidenza sospettosa ma sincera.
Tre volte alla settimana per 5 mesi e poi di colpo si torna alla “realtà” con la difficoltà che rimango l’unico a poter comunicare.
Le immagini scattate, rimangono archiviate in carcere e solo ora riescono ad uscire con la speranza di poter raccontare qualcosa in più di queste poche righe.
Gli scatti della mostra sono realizzati insieme ai compagni di corso e le fotografie esposte (cinque o sei) sono espressione diretta di alcuni detenuti.
La mostra è stata allestita con la preziosa partecipazione e supervisione di Gianluca Bigi, caro amico e costante suguggeritore a livello artistico.
Non sempre è facile presentare una nuova esperienza fotografica di un giovane autore che in questi giorni a Padova alla sala ex Fornace Carotta piazza Napoli-Via Siracusa
presenta una “collettiva” di immagini con il patrocinio del Comune di Padova, Assessorato alla Cultura e del Centro Nazionale di Fotografia di Padova.
Il rischio di ripetere i soliti ritualismi o le usuali formule di retorica convenzionale o gli ambigui infingimenti di lode, lasciano qui il passo ad una conoscenza personale dell’autore che è punto di riferimento e momento di sincera analisi della sua opera.
Mi scuso, immediatamente, con l’autore di questa mostra che rimarrà aperta presso la suddetta sede fino al 23 Marzo 2003, se ho introdotto la mia presentazione con il termine “collettiva” che può sembrare sminuente il valore della portata oggettiva dell’avvenimento e dell’apporto del protagonista.
. In verità, il termine è stato scelto volutamente per evidenziare la caratteristica che ho sempre visto animare le sue raccolte e il suo lavoro sin dall’inizio del suo apprendistato fotografico fino all’evento di cui parliamo oggi; cioè, la voluta strumentalizzazione dell’immagine per rendere collettivo il messaggio e per creare momenti di aggregazione attorno al mondo della fotografia.
Non mi stupisce pertanto che questa nuova opera nasca all’interno di un percorso particolare, quello carcerario: ripeto, all’interno, perché lo strumento fotografico non è stato introdotto per indulgere in facili immagini di pietistica esportazione, ma è divenuto momento di studio e di comune gestione di reportage ( autoreportage?) che ha coinvolto e l’autore della proposta e i partecipanti del corso.
Non vuole quindi la mia critica soffermarsi sulle caratteristiche tecniche delle immagini, ma piuttosto sul valore sociale che in esse è contenuto, e che rappresenta una costante nel lavoro di M. e che in questa mostra trova la sua essenzialità anche e soprattutto nel titolo, oltre il muro; un titolo che , senza cadere nel facile sarcasmo, deve essere inteso come apertura ad un completamento: oltre il muro… del silenzio, della diffidenza e dell’indifferenza, del conformismo e del perbenismo apparente, dell’emarginazione e del facile pietismo di maniera, del giudizio affrettato e superficiale, del luogo comune, della paura immotivata o peggio ancora dell’arido e subdolo interesse di facciata.
Non voglio aggiungere nulla, dicevo, sulla immagini che si trovano in questa mostra, volutamente, per lasciare alla emotività personale il gusto di assaporare e apprezzare un evento fotografico forse inusuale, non tanto per lo stile e la tecnica
( non certo immeritevoli di attenzione anch’essi), ma soprattutto per il contenuto pregante che da esse sgorga.
Concludo, augurando a Marco che i suoi prossimi lavori-impegni (perché sono sicuro che questo percorso è solo l’inizio di altre fortunate occasioni) siano sempre caratterizzati da questa parola-chiave “oltre” cha fa della fotografia, soprattutto quando è rivolta al sociale, un’arte, che pur lasciando agli occhi l’impatto emotivo più immediato, si valorizza ancor più come momento di impegno, di riflessione e di accrescimento culturale.
amistani.gianpiero.





























